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Articolo tratto da "L'Espresso"
Si
nasconde nei particolari il diavolo. Ed è di particolari, punzecchiature,
vendette, continui rinvii e guerre di nervi che è vissuto per quasi tre
anni il processo Imi-Sir-Lodo Mondadori. Anche l'ultima decisione di Ilda
Boccassini, quella di pronunciare una requisitoria alla rovescia, aperta
anziché chiusa dalle richieste di condanna, nasce da un particolare. Uno
sgarbo di un avvocato. Roba da niente nei dibattimenti all'italiana.
Materia per un procedimento per oltraggio alla corte in quelli che
scorrono sul piccolo schermo nei serial americani.
Mercoledì 16 ottobre uno stanco Gherardo Colombo, rappresentante
dell'accusa insieme alla Boccassini, entra nell'aula della quarta sezione
penale. Ha i capelli arruffati e l'aria di chi è stato in piedi la notte
per ristudiare le carte. Vicino a lui c'è Ilda "la rossa" (per
via dei capelli): è sempre bella, ma il suo volto in sei anni di caccia
alle toghe sporche porta i segni di un mestiere capace di incidere fin sui
lineamenti e sulla loro dolcezza. I due pm non ne sono sicuri, ma pensano
che quello sia il gran giorno della requisitoria. Solo una settimana prima
il presidente Paolo Carfì ha chiesto alle difese se avevano qualcosa in
contrario nel tenere udienza proprio il 16. E gli avvocati lo avevano
guardato senza proferir parola. Tutti d'accordo. Ma solo in apparenza.
Perchè il 16 si alza in piedi l'avvocato Giorgio Perroni, difensore di
Cesare Previti, e spiega che anche quella udienza non s'ha da fare:
l'onorevole cliente è impegnato, non può presenziare, sta in Parlamento.
Bisogna rimandare tutto. Perroni sa di averla combinata grossa. Tenta di
riparare. E fa peggio. Ricorda di aver proposto a Carfì una sorta di
scambio: tu non fai iniziare la requisitoria e noi, in assenza di Previti,
ti permettiamo di celebrare l'udienza, ma solo per leggere la tua ultima
ordinanza. È a quel punto che per Ilda Boccassini diventa chiaro qual è
l'obbiettivo delle difese. Grazie alla legge Cirami in via di approvazione
in Parlamento gli imputati sanno che il processo Imi-Sir (almeno in tempi
brevi) non partorirà una sentenza. E così puntano al colpo grosso:
evitare che vengano anche pronunciate le richieste di condanna.
Sì, il diavolo si nasconde nei particolari. E tra gli articoli del codice
di procedura penale, dove non sta scritto da nessuna parte che le pene si
propongono dopo aver esposto indizi e prove contro gli imputati. C'è una
lunga casistica di processi contro la criminalità organizzata in cui si
è partiti dalle condanne. E questa storia, fatta di giudici corrotti (a
Perugia due magistrati romani hanno già patteggiato la pena), di avvocati
così amici dei magistrati da gestire i loro conti esteri, di soldi
trasportati in contanti dagli spalloni utilizzati dalla mafia, cosa è se
non crimine organizzato?
Così, quando rientra in ufficio, Ilda parlotta con Colombo, si consulta
con Paolo Ielo, chiede consiglio a Francesco Greco e a Gerardo D'Ambrosio
e quindi annuncia: "Io sabato 21 presento subito le richieste di
condanna". Per mettere un punto fermo. E per dare un segnale: il
gioco è finito, tutti - politici compresi - si assumano le loro
responsabilità.
Lei, del resto, alle sue non è mai sfuggita. Classe 1949, napoletana, due
figli, un tempo di sinistra, già aderente a Magistratura Democratica, la
corrente che abbandonò dopo che il Csm votò contro la nomina del suo
amico Giovanni Falcone a coordinato - re del pool di Palermo, Ilda
Boccassini ha un carattere duro, spigoloso. A volte anche lunatico. Capace
di cameratesche pacche sulle spalle dei colleghi, ma anche di memorabili
sfuriate e lunghe freddezze. Con Giancarlo Caselli, oggi procuratore
generale a Torino, prima capo della Procura di Palermo, è un viavai di
alti e bassi. Con Saverio Borrelli, ex numero uno della procura di Milano,
è stata prima quiete dopo la tempesta, e poi amore a tutto tondo. Con
l'ex membro del Csm Armando Spataro, nemmeno una parola da dieci anni;
solo oggi arrivano le prime timide aperture. Come tutte le persone di
carattere, Ilda Boccassini ha un caratteraccio. Ma, per dirla con la
superteste Stefania Ariosto, "è rigorosa prima con se stessa e poi
con gli altri".
Il capitano Ultimo (quello che arrestò Totò Riina), dopo avere lavorato
fianco a fianco per quasi due lustri, spiega: "Pur essendo una donna,
per noi è sempre stata un soldato". E se a Palazzo di Giustizia
hanno scelto per lei il diminutivo di "Bocassa", che richiama il
nome di uno spietato dittatore centroafricano, per i suoi detective Ilda
è sempre e solo "la dottoressa". Inevitabile che la sua strada
incrociasse prima o poi quella dell'uomo che tutti in azienda chiamano
"il dottore": Silvio Berlusconi. E non solo nell'inchiesta toghe
sporche.
Siamo nel febbraio del '94, Forza Italia è appena nata, Ilda Boccassini
vive blindata a Caltanissetta dove è stata volontariamente applicata (era
in sevizio a Milano) per dare la caccia agli assassini di Falcone. Davanti
a lei e al procuratore Giovanni Tinebra il pentito Salvatore Cancemi
ricorda che Riina ripeteva spesso di avere "Berlusconi e Marcello
Dell'Utri nelle mani". Inizia così l'operazione Oceano, una
gigantesca indagine alla ricerca di eventuali riscontri ai presunti
contatti tra i vertici Fininvest e Cosa Nostra, poi sfociata a Palermo in
un processo per fatti di mafia a carico di Marcello Dell'Utri. Ilda la
segue per qualche tempo. Poi scadono i suoi due anni in Sicilia. Con
Tinebra, il capo a Caltanissetta, i rapporti non sono più quelli di
prima. Quando la Procura si è ritrovata tra le mani un secondo rilevante
pentito, Vincenzo Scarantino, che parlava sia dei presunti rapporti tra la
mafia e Berlusconi, sia dei retroscena dell'omicidio di Paolo Borsellino,
Ilda Boccassini si è subito convinta della sua inattendibilità e lo ha
messo per iscritto. A posteriori l'evoluzione dei processi per la strage
di Via D'Amelio finirà per darle in buona parte ragione. Ma sul momento
la discussione raffredda i legami. Ilda torna a Milano con molti
rimpianti.
Quelli per lei non sono mesi tranquilli. Il pool di Mani pulite è ancora
popolarissimo. Buona parte della procura di Milano, Borrelli in testa, le
è ostile. Colpa del suo carattere, delle sue opinioni, ma anche della sua
bravura. Entrata in magistratura nel 1977, Ilda non ci ha messo molto a
dimostrare di che pasta è fatta. All'inizio si occupa di rapine, delitti
passionali e operazioni antidroga che la portano a ordinare blitz di
centinaia di carabinieri nelle periferie di Milano. Sul finire degli anni
Ottanta comincia a collaborare sull'asse Palermo-Milano con Giovanni
Falcone. Con lui segue molte indagini sul riciclaggio del denaro sporco e,
soprattutto, cerca di catturare l'imprendibile Gaetano Fidanzati, il boss
siciliano che dalla latitanza innondava la metropoli di eroina e cocaina.
Sulle sue tracce ci sono allora sia l'alto commissario antimafia - retto
da Domenico Sica e dal suo vice, l'ex sostituto procuratore milanese
Francesco Di Maggio - sia i carabinieri cordinati da Boccassini e Falcone.
Intercettando l'apparecchio di una cabina telefonica si riesce a
individuare Fidanzati in Sud America. Viene indetta una riunione
nell'ufficio di Borrelli dove tra i vertici dell'alto commissariato e Ilda
Boccassini va in scena uno scontro memorabile. Ilda e Falcone spingono
perché prima di arrestare Fidanzati si tenti di ricostruire la sua rete
di rapporti. Niente da fare. Il blitz scatta subito.
Intanto, è esplosa la Duomo Connection, uno scandalo fatto di mafiosi
legati ai corleonesi, di appalti e mazzette. Gli uomini di Ultimo, per la
prima volta in Italia, sono riusciti a documentare, filmando e
intercettando, la vita quotidiana degli uomini d'onore al Nord. Sono
saltate fuori storie di traffico di droga, ma anche i contatti con i
politici che, passando per la massoneria, arrivano persino alla famiglia
Craxi. Ilda procede come un treno. Macina indagini su indagini, ma fa
tutto da sola. Non si fida di alcuni colleghi e non manca di sottolinearlo
aumentando così le tensioni all'interno dell'ufficio. La situazione è
talmente tesa che Borrelli, dopo aver assistito all'ennesimo scontro con
Spataro, un altro magistrato dal carattere spigoloso, la estromette dal
pool che indaga sulla criminalità organizzata. Nel settembre del '91 il
procuratore scrive: "Boccassini è dotata d'individualismo, carica
incontenibile di soggettivismo e di passione, non disponibilità al lavoro
di gruppo". Sembra il capolinea. Invece Ilda, a poco a poco, comincia
a maturare. Diventa più diplomatica. Più disponibile. Fino ad arrivare a
riconoscere, nel 1997, che il provvedimento di Borrelli "era dettato
da una sorta di ragion di Stato".
Ma prima di giungere a quel punto molta altra acqua deve passare sotto i
ponti. Soprattutto l'Italia deve conoscere la tragica stagione delle bombe
di mafia. Quando muore Giovanni Falcone (1992), lei parte di notte per
vegliare con gli amici carabinieri il cadavere dell'amico. Poi, a Milano,
prende la parola in un'aula magna gremitissima, e come spesso le accade
dice una verità, sia pure parziale, molto antipatica. Racconta come
tutti, a partire dai colleghi, per arrivare sino "agli intellettuali
del cosiddetto fronte antimafia", avessero accusato Falcone di
essersi venduto quando nel '91 aveva accettato di andare a lavorare al
ministero di Grazia e Giustizia al fianco di Claudio Martelli. Le parole
più dure, e ingiuste, sono proprio per Colombo, allora già impegnato in
Mani Pulite al quale si rivolge direttamente: " Gherardo, anche tu
diffidavi di Giovanni, perché sei andato al suo funerale? L'ultima
ingiustizia Giovanni l'ha subita proprio dai giudici milanesi che gli
hanno mandato una rogatoria senza allegati (i verbali sui politici
socialisti coinvolti in tangentopoli, ndr.). Giovanni mi telefonò quel
giorno e mi disse: "Che amarezza, non si fidano del loro direttore
degli Affari penali"".
Ovvio, quindi, che in occasione del suo primo rientro dalla Sicilia, nel
'94, la Procura di Milano la circondi di freddezza. Ilda Boccassini
accetta così al volo l'offerta di Giancarlo Caselli che la vuole a
Palermo. La nuova esperienza dura però solo sei mesi. Anche lì, le
incomprensioni non mancano: Ilda tra l'altro sostiene che è sbagliato
dedicarsi più ai rapporti tra mafia e politica, che alla Cosa Nostra
militare. Ma questa volta a spingerla a rientrare è soprattutto la
lontananza dai due figli (un maschio e una femmina, avuti da un magistrato
da cui si è poi separata) e la stanchezza per un'esistenza blindata.
Certo, c'è la popolarità. Il "Times" e "L'Express"
l'hanno inclusa, unica italiana, nell'elenco delle 100 donne più
importanti al mondo, ma il resto è solitudine, scorte e vita da caserma.
A Milano a farle da apripista verso la riconciliazione con i colleghi sono
Francesco Greco e Gherardo Colombo.
Sì, proprio lui, Colombo. I due ex amici (cofondatori nel 1985 del
circolo Società Civile cui apparteneva anche l'attuale ministro Giuliano
Urbani) si incontrano per caso in ascensore. Gherardo saluta Ilda come
niente fosse accaduto. Lei, sorpresa, scoppia in lacrime: "Ma come,
mi saluti? Dopo quello che ti ho detto?". E lo abbraccia. Così
quando il pool si trova per le mani la supertestimone Stefania Ariosto,
Greco propone che sia lei a seguire l'indagine: per verificare le sue
parole bisogna ricorrere a microspie, pedinamenti, intercettazioni. Solo
lei, grazie all'esperienza siciliana, è in grado di farlo. Il 12 marzo
del '96 scatta il blitz: finisce in carcere il capo dei gip del tribunale
di Roma, Renato Squillante. E l'Italia scopre ufficialmente che anche
Berlusconi è sotto inchiesta per corruzione giudiziaria. Da allora la
"dottoressa"-"Bocassa"-"Ilda la rossa"
diventa il bersaglio grosso. Il deputato forzista ed ex sostituto
procuratore a Milano Tiziana Parenti l'accusa di aver offerto soldi a un
pentito per coinvolgerla in un'inchiesta sul consumo di cocaina. I media
della Fininvest fanno da grancassa. Ma Ilda è innocente e la Parenti
viene rinviata a giudizio. Poi, i giornali berlusconiani la sbattono
ancora in prima pagina per l'arresto di una donna somala accusata di
traffico di minori e in parte scagionata dal test del Dna, disposto
proprio da lei. "La Procura che rapisce i bambini", titola
"Il Giornale". Massimo D'Alema, a quell'epoca presidente del
Consiglio, legge l'articolo (poi considerato diffamatorio) e chiede
ufficialmente scusa alla somala in nome del popolo italiano. Quando nel
giro di pochissimi giorni Ilda risolve a Milano l'omicidio di un
gioielliere di via Padova e di un tabaccaio in via Derna (due dei delitti
più efferati del '99 che avevano permesso al Polo di gridare ancora una
volta all'allarme criminalità) di complimenti invece non ne arrivano.
Anzi, tutto il Parlamento insorge contro di lei perché si è permessa di
esprimere solidarietà a Colombo per gli attacchi ricevuti dopo una
celebre intervista in cui il magistrato ipotizzava che i lavori della
commissione bicamerale fossero condizionati dal ricatto. Così i media
ripartono alla carica. Ricordano una storia questa volta vera: come uno
zio di Ilda, ex procuratore di Vallo della Lucania, sia stato condannato
per concussione.
Le denunce infondate nei confronti della Boccassini si moltiplicano con il
risultato che il suo avanzamento di carriera a magistrato di Cassazione
viene bloccato per mesi. Le lettere anonime contenenti proiettili, insulti
e preservativi usati, sono centinaia. "Sono sicura che venti milioni
d'Italiani pensano che io faccia processi politici", commenta
sconsolata. Ma va avanti. La tranquillità la trova tra gli amici di
sempre: Ottavia Piccolo, qualche regista teatrale, un paio di giornalisti
che non si occupano né di politica né di giustizia. Niente mondanità,
nessuna presenza alle cene milanesi tra avvocati e magistrati, mai una
parola sugli imputati anche con le persone più fidate. In vacanza a
Ischia ("La mia isola") viene però fotografata in compagnia di
Cesare Romiti, che un suo ruolo da imputato in Tangentopoli lo
ha avuto. Uno scivolone, una caduta di stile di una donna magistrato che
si è sempre fatta onore di scegliere i rapporti sapendo l'importanza
della legalità in tutto? Qualcuno interpreta la scelta di farsi vedere
con Romiti come un segnale in stile siciliano lanciato a quelli della
Fininvest. Come dire: attenzione, anch'io ho amici importanti. Il peggio
deve ancora venire. Dopo l'11 settembre 2001 il ministero di Grazia e
Giustizia decide di levarle la scorta. il provvedimento è controfirmato
da Gianni De Gennaro, il capo della Polizia, un amicissimo che lei ha
pubblicamente difeso dagli attacchi di forzisti del calibro di Lino
Iannuzzi e Filippo Mancuso. Ilda ha paura. E lo dice. Le Jene di Italia 1
la pedinano mentre va a fare la spesa e, grazie a una telecamera,
dimostrano quanto sarebbe semplice colpirla in ogni momento. Borrelli nel
suo discorso di commiato alla magistratura la loda e attacca l'allora
ministro dell'Interno Claudio Scajola. Lei gli risponde subito.
Pubblicamente e con queste parole: "Grazie per aver tutelato anche la
nostra incolumità: altri si devono vergognare". |