Squadra eccellente - disse Berlusconi. Gomez e Travaglio la esaminano: sono un branco di pregiudicati!
  1. Berlusconi Silvio

    È ormai un libro, anzi un registro aperto: quello degli indagati e degli imputati.
    Non era mai accaduto, nemmeno in Italia, che diventasse Presidente del Consiglio un uomo riconosciuto colpevole di falsa testimonianza dalla Corte di Appello di Venezia (reato amnistiato) e dai giudici di Milano di corruzione della GdF (reato confermato il 9.5.2000 in appello e pena prescritta), di finanziamenti illeciti a Craxi per 21 miliardi (reato prescritto in appello ma confermato in Cassazione), di reati fiscali nell’acquisto dei terreni di Macherio (reato prescritto in primo grado); un uomo imputato in due processi per falso in bilancio (uno per 6 miliardi di fondi neri, l’altro per 1500 miliardi), e in due processi per corruzione in atti giudiziari (SME-Ariosto e Lodo Mondadori); un uomo indagato a Caltanissetta per concorso nelle stragi di Capaci e Via d’Amelio (la procura ha chiesto l’archiviazione alla scadenza del’indagine); un uomo imputato in Spagna per le frodi fiscali di teleCinco.

  2. Antonio D’Alì

    Neosottosegretario all’Interno, è un personaggio di tutto rispetto. Senatore di Forza Italia eletto a Trapani da tre legislature, in quella scorsa era addirittura vicepresidente della commissione Finanze, e per un po’ è stato pure responsabile economico di Forza Italia. Famiglia ricca e potente, proprietaria di saline, tenute agricole e sopratutto della Banca Sicula. Lo zio, Antonio il Vecchio, amministratore delegato dell’istituto deve lasciare la carica nel 1983: il suo nome risulta nelle liste della loggia P2 (sì, nel 1983 non si sarebbe potuto da piduisti diventare Presidente del Consiglio) Gli subentra il nipote e omonimo, Antonio jr.
    Qualche anno dopo, il commissario di polizia Calogero Germanà ipotizza che l’Istituto, come la banca Rasini, venga usato per il riciclaggio del denaro sporco di Cosa Nostra: non a caso -sostiene il funzionario- il collegio dei sindaci è presieduto da Giuseppe Provenzano, presidente della regione e sopratutto ex commercialista dell’omonima famiglia Provenzano, quella del vecchio boss di Cosa Nostra.
    I sospetti scompaiono nel 1991 insieme alla banca Sicula, inglobata dalla Comit, nel cui consiglio di amministrazione va così a sedere Giacomo d’Alì, figlio di Antonio il Vecchio e cugino del senatore. Ma la famiglia d’Alì è celebre a Trapani anche per aver dato per anni lavoro e stipendio a vari rampolli delle famiglie mafiose dei Minore e dei Messina Denaro.
    Francesco Messina Denaro, storico boss di Trapani, è stato per decenni il “fattore” dei d’Alì. Poi cedette il testimone -di capomafia e di fattore- al figlio Matteo, che oggi, a 39 anni, è il nuovo numero uno di Cosa Nostra, latitante, condannato per le stragi del 1992-93.
    Sembra di leggere la storia del mafioso Vittorio Mangano, “fattore” di villa Berlusconi dal 1973 al 1975. Alla Commissione parlamentare Antimafia sono conservati i documenti che testimoniano il pagamento di 4 milioni nel 1991 dai d’Alì all’INPS come indennità di disoccupazione di Matteo Messina Denaro, di professione “agricoltore”.

    Nelle carte dei giudici poi, le prove di una strana compravendita: quella di una vasta tenuta in contrada Zangara (Castelvetrano) passata dai d’Alì ai Messina Denaro, i quali però non hanno sborsato una lira. Un gentile omaggio oppure un’estorsione? E nel secondo caso perché nessuno l’ha mai denunciata? Oggi comunque quei terreni sono sotto sequestro perché il vero proprietario è Totò Riina, che usava Messina Denaro come testa di legno per nascondere i suoi beni.

    Che fine han fatto i protagonisti della nostra storia?
    Giuseppe Provenzano è stato appena eletto deputato di Forza Italia. Il Commissario Germanà è stato trasferito altrove e ha pure subito un attentato da Luca Bagarella in persona. E Antonio d’Alì, come sottosegretario all’Interno, è ufficialmente un suo superiore; potrebbe anche diventare presidente delal commissione sui pentiti, carica che spetta tradizionalmente a un sottosegretario del Viminale; in alternativa c’è pronto l’avv. Taormina che avendo difeso fra gli altri Claudio Vitalone (omicidio Pecorelli, culo e camicia con la banda della Magliana e braccio destro di Andreotti) e il tenente Carmelo Canale, dei pentiti deve avere certamente un’ottima opinione e soprattutto molto serena.

  3. Umberto Bossi

    Leader della Lega Nord e neoministro delle Riforme Costituzionali e della Devoluzione è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione a 8 mesi di galera per violazione sulla legge sul finanziamento pubblico ai partiti (i famosi 200 milioni che gli versò Carlo Sama nell’ambito della maxitangente Enimont).
    Altri 8 mesi definitivi glieli ha inflitti la Cassazione per istigazione a delinquere: un giorno il Senatür invitò i suoi “ad andare a prendere i fascisti casa per casa”. I fascisti, per la cronaca, erano i suoi ex e odierni alleati di AN.
    Non solo nell’aprile del 2001 il Tribunale di Cantù gli ha inflitto 1 anno e 4 mesi di galera per vilipendio della bandiera (il nostro patriota aveva rivelato “io il Tricolore lo uso per pulirmi il culo” e poi per avere la poltrona lo ha baciato giurandoci sopra).
    E quello di Milano gli ha appioppato altri 7 mesi per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale nei tafferugli seguiti alla perquisizione della sede leghista in via Bellerio a Milano da parte dela polizia inviata dal giudice Guido Papalia, procuratore capo di Verona.
    Qui Bossi è indagato per attentato contro l’integrità dello Stato e alla Costituzione, a proposito delle “camicie verdi” reclutate dalla Lega. Finora la Camera l’ha salvato dal rinvio a giudizio, dichiarandolo “insindacabile”, ma Papalia ha sollevato il conflitto di attribuzione contro Montecitorio dinanzi alla Consulta, che ora dovrà decidere se autorizzare o meno il processo, congelato in udienza preliminare.

    Sommatoria della galera che dovrebbe scontare Bossi Umberto: 8 mesi + 8 mesi + 1 anno e 4 mesi + 7 mesi = 3 anni e 3 mesi di gattabuia!

  4. Aldo Brancher

    Neodeputato forzista eletto in Veneto è il degno sottogretario unico alle Riforme e alla Devoluzione: un ministero, due condannati (l’altro è il ministro Bossi).
    Ex sacerdote “paolino”, ex pubblicitario per il settimanale Famiglia Cristiana e poi per Publitalia, da 20 anni è il braccio destro di fedele Confalonieri alla Fininvest Comunicazioni. È il primo manager del Biscione a finire in galera nell’inchiesta Mani Pulite, il 18 giugno 1993, per corruzione: accusato di avere allungato una mazzetta di 300 milioni al ministro della Sanità Francesco De Lorenzo (figlio di quel Ferruccio corrotto da Berlusconi per sbolognare all’ENPAM l’invenduto di Milano Due) per la pubblicità anti-AIDS sulle TV berlusconiane, in cella non apre bocca e si guadagna l’eterna gratitudine del Cavaliere e dei suoi cari. Condannato in Appello a 2 anni e 8 mesi per falso in bilancio e violazione della legge sul finanziamento dei partiti, diventa nel 1999 responsabile di Forza Italia nel nord Italia.

    È lui l’artefice del riaggancio di Bossi. Ora i due lavoreranno insieme per riformare le vecchie istituzioni italiane portandovi una ventata di pulizia e di novità…

  5. Vittorio Sgarbi

    Eletto deputato per Forza Italia nel Friuli col ripescaggio proporzionale è il nuovo sottosegretaio ai Beni Culturali. Già presidente della Commissione Cultura della Camera, nel 1996 è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione a sei mesi e 10 giorni di reclusione e 700mila lire di multa per truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato: precisamente ai danni della Sovrintendenza ai Beni Artistici e Storici del Veneto, dove fu impegato per 3 anni ma lavorò soltanto 3 giorni, allegando per il resto certificati di false malattie mai sofferte (tra cui il cimurro, da quel cane che è… e i dottori che scrivevano le false ricette? Nel suo piccolo è un bel falsario anche lo Sgarbi, vi pare?)

    Il cumulo di questa pena con quelle per le continue diffamazioni (preferibilmente ai danni di magistrati, da buon deliquente li odia tutti…), alcune delle quali senza più la sospensione condizionale lo rende un soggetto a rischio: senza l’immunità parlamentare finirebbe ipso facto in galera.
    Ma la condanna per truffa alla Sovrintendenza avrebbe dovuto sconsigliare la sua nomina proprio ai Beni Culturali, che è un po’ come mettere la volpe a guardia del pollaio… (ma essendo un governo di pregiudicati forse è normale)

  6. Roberto Maroni detto Bobo

    Leghista, già ministro dell’Interno nel Berlusconi I, già capo del “governo della Padania”, ora Ministro del Lavoro, Salute e Politiche Sociali, è l’unico condannato -provvisorio, per giunta- che ha subito veti per una poltrona nel governo Berlusconi.
    La condanna è quella per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale che gli è costato il posto di ministro della Giustizia dove nel 1994 Berlusconi pensò di piazzare il nobile Cesare Previti.
    Condanna in 1° grado a 8 mesi di reclusione per gli scontri con la Polizia inviata dal Procuratore Papalia a perquisire la sede della Lega a Milano: Maroni, prima di finire in ospedale con il naso rotto, avrebbe tentato di mordere la caviglia di un agente…

    Il processo di appello, probabilmente, non si celebrerà mai: dopo la prima sentenza la Camera ha dichiarato insindacabili Maroni, Bossi e gli altri deputati leghisti condannati.
    In più, sempre a braccetto col Senatùr, Bobo è indagato a Verona come ex-capo delle “camicie verdi” e “la guardia nazionale padana” per attentato all’integrità dello Stato e alla Costituzione, nonché per associazione antinazionale e paramilitare.

    Infine, la procura di Roma ha chiesto il suo rinvio a giudizio per “favoreggiamento a istigazione alla corruzione” nella presunta compravendita di voti che movimentò la nascita del governo D’Alema: secondo l’accusa, l’ex-leghista Luca Bagliani, passato all’UDEUR, avrebbe “offerto denaro e altre utilità economiche” a 4 colleghi leghisti per convincerli a lasciare la Lega, passare all’UDEUR e votare pro-D’Alema. Maroni avrebbe aiutato Bagliani “a eludere le investigazioni degli inquirenti”, tenendosi nel cassetto una registrazione che provava il mercato dei voti. Udienza preliminare il 6 luglio.

  7. Girolamo Sirchia

    Chirurgo di fama internazionale, assessore uscente ai Servizi Sociali nella Giunta milanese di Gabriele Albertini e attuale Minitro della Sanità sarebbe al centro di un’indagine del pubblico ministero Fabio Napoleone, nata da un esposto della consigliera comunale diessina Emilia De Biasi. L’inchiesta partita il 5 aprile di quest’anno con l’acquisizione di documenti negli uffici comunali di Via Larga, è chiamata “adotta un nonno” e riguarda la campagna di beneficenza “Buon Natale, anziani! 1999-2000”, lanciata proprio dall’allora assessore Sirchia per raccogliere fondi per l’assistenza agli anziani bisognosi. Secondo l’esposto -scrive il Corriere della sera- l’anno scorso per la raccolta dei fondi erano stati aperti due conti correnti: uno intestato alla Fondazione Fratelli di San Francesco e l’altro ad Andrea Mascarti, consigliere della fondazione (e consigliere comunale di F.I.). De Biasi ha segnalato inoltre che il denaro raccolto non è transitato sul Bilancio del comune.
    Uno degli ultimi filoni dell’inchiesta ipotizza una gestione clientelare di quei fondi, che -secondo l’accusa- sarebbero stati erogati ad anziani “vicini” ai partiti della maggioranza.
    Sirchia ha sempre smentito di essere formalmente indagato. Si vedrà.

  8. Antonio Martino

    Economista, deputato forzista eletto in Sicilia al proporzionale, già ministro degli Esteri nel Berlusconi I, ora “declassato” alla Difesa, straccia un altro tabù: mai, finora, un piduista aveva retto il ministero delle Forze Armate, nemmeno negli anni d’oro della loggia del Venerabile Licio Gelli. Il nome di Antonio Martino compariva nelle liste P2 scoperte a Castiglion Fibocchi nel 1981: fra coloro che avevano inoltrato a Gelli regolare domanda di iscrizione ma non c’era stato il tempo di perfezionarla (erano arrivati prima i giudici).
    Martino ha sempre negato di aver presentato quella richiesta ma nelle carte del Venerabile fu ritrovata la sua domanda con tanto di firma e data: 6 luglio 1980; la Commissione Anselmi raccolse la testimonianza del “fratello” massone che l’aveva “presentato” alla pia confraternita dei ladroni e degli assassini: un certo Giuseppe Donato, strettissimo collaboratore di Gelli.
    (il papà di Antonio si rivolta nella tomba…)

  9. Giuseppe Pisanu detto Beppe

    Deputato dal 1972, prima nella DC e poi in Forza Italia, già capogruppo forzista della Camera, candidato al ministero dell’Interno e poi dirottato all’ultimo momento sulla neonata poltrona della “Attuazione del programma di Governo” (sic!) è un altro che gli ambienti piduisti li ha conosciuti bene, tanto che, nella vita precedente, quando non era ancora anticomunista e portava la borsa a Benito Zaccagnini (Sinistra DC), fu travolto da uno scandalo per i suoi rapporti con il banchiere bancarottiere e piduista Roberto Calvi, presidente del banco Ambrosiano, con il Gran Maestro della massoneria Armando Corono e con il faccendiere Flavio Carboni, plurinquisito, pluriarrestato, legato a varie esponenti della banda della Magliana.
    Sassarese, ex amico del cuore di Francesco Cossiga, già capo della segreteria Zaccagnini negli anni del compromesso storico DC-PCI, Pisanu diventa sottosegretario al tesoro e alla Difesa in vari governi. Ma ai tempi del Fanfani V (1983), saltano fuori le sue liasons dangereuses con alcuni imbarazzanti compagni di vacanze in barca: Flavio Carboni e Silvio Berlusconi!
    Tutto comincia nell’estate el 1980, quando Berlusconi e Flavio brigano per regalare a Porto Rotondo una bella colata di cemento (progetto “Olbia 2”). Carboni ospita Pisanu e Berluskatz sulla sua Punto Rosso, una tinozza di 22 metri!
    L’estate seguente, Beppe fa un’altra conquista: veleggia, sempre sulla barca di Carboni, al largo della Costa Smeralda, ma stavolta a bordo c’è pure il bancarottiere Calvi, fresco di condanna, in libertà provvisoria. Memorabile la testimonianza di Pisanu davanti al PM milanese Pier Luigi Dell’Osso che indaga sul crac Ambrosiano e lo interroga per sei ore l’11 settembre 1982 (mentre Carboni si trova in carcere da qualche giorno a Milano perché coinvolto nelle indagini sulla fuga e sulla morte di Calvi): Carboni -spiega Pisanu- era un interlocutore valido per le forze politiche richiamantisi alla ispirazione cattolica.
    Insomma, il pio terzetto non discuteva di affari ma di teologia e mariologia…
    Carboni, prosegue Pisanu, riuscendo a restare serio, mi disse che il Berlusconi aveva interesse a espandere Canale 5 in Sardegna, tal che lo stesso Carboni si stava interessando per rilevare a tal fine la più importante rete TV sarda, Videolina (quella fondata dal discusso finnziere Niki Grauso). Non solo: il Carboni mi disse di essere in affari col signor Berlusconi anche con riguardo a un grosso progetto edilizio di tipo turistico denominato ‘Olbia 2’. Fin dall’inizio ritenni di seguire gli sviluppi delle varie attività di Carboni, trattandosi di un sardo che intendeva operare in Sardegna.

    Il pio sodalizio Carboni-Pisanu si estende poi miracolosamente all’affaire Ambrosiano. Il sottosegretario al Tesoro portato dall’amico Flavio incontra Calvi per ben 4 volte, e subito dopo l’8 giugno 1982, risponde alla Camera alle allarmate interrogazioni delle opposizioni sul colossale buco dell’Ambrosiano, aggravato dai debiti miliardari del Banco Andino. Niente paura -rassicura Pisanu- è tutto sotto controllo! Nessun allarme: Le indagini esperite all’estero sull’Ambrosiano non hanno dato alcun esito.

    La sera dopo, 9 giugno, Pisanu è di nuovo a cena con Carboni: pare che il tema della serata sia la nomina a nuovo procuratore Generale di Milano di un “amico”, il giudice Consoli, presente al convivio.

    L’indomani, 10 giugno, Calvi fugge dall’Italia per finire come sappiamo, impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra!

    Nove giorni dopo, il Governo dichiara insolvente l’Ambrosiano, mettendo sul lastrico migliaia di risparmiatori. Pochi mesi dopo sia l’Ambrosiano sia l’Andino fanno bancarotta.
    Racconterà Angelo Rizzoli alla Commissione Parlamentare di inchiesta sulla P2: a proposito dell’Andino, Calvi disse a me e a Tassa Din che il discorso dell’on. Pisanu in Parlamento l’aveva fatto fare lui. Qualcuno mi ha detto che per quel discorso Pisanu aveva preso 800 milioni da Flavio Carboni. Accusa mai dimostrata, anche se il portaborse di Calvi, Emilio Pellicani, dirà all’Espresso che Calvi aveva stanziato (per “comprare” il proprio salvataggio) 100 miliardi, dei quali “poche decine di milioni” sarebbero finite anche nelle tasche di Pisanu, tramite Carboni; e aggiunge che Pisanu si interessò attivamente del progetto di cessione del Corriere della Sera da parte di Calvi, tentando di pilotare l’operazione “in favore dell’on. Piccoli”.
    Cioè di garantire una sorta di controllo DC sul primo quotidiano d’Italia. Pisanu smentisce e querela Pellicani. Memorabili gli attacchi che gli sferrano in quel periodo i due membri più battaglieri della Commissione P2: il missino Mirko Tremaglia e il radicale Massimo Teodori.

    Tremaglia denuncia l’assalto partitocratico al Corriere della Sera tramite manovre che di volta in volta sono passate attraverso Andreotti, Bagnasco, Pisanu, Carboni o Rizzoli. E quanto all’Ambrosiano appena dichiarato insolvente, punta il dito sulle gravissime responsabilità degli organi di Governo, compreso il sottosegretario Pisanu, amico non per caso di Carboni, che aveva dichiarato alla Camera che nulla era emerso di irregolare nell’Ambrosiano. Senonché esattamente 9 giorni dopo il Tesoro dispose lo scioglimento degli organi amministrativi dell’Ambrosiano.

    E Teodori: alcuni fatti sono incontrovertibili: i rapporti strettissimi e continuativi tra Pisanu e Carboni; i rapporti di Pisanu con Calvi tramite Carboni, i rapporti di Pisanu con Calvi e Carboni per la sitemazione del Corriere della Sera; i rapporti di Pisanu con Calvi e Carboni quando, sottosegretario al Tesoro, il ministero prendeva importanti decisioni sull’Ambrosiano; il sottogretario rispose per due volte alla Camera sulla questione Ambrosiano. Poi, il 19.1.1983 aggiunge: il sottosegretario Pisanu deve dimettersi: se c’è ancora un minimo di moralità è inconcepibile che l’on. Pisanu resti al governo.

    Non mi dimetterò su richiesta di Teodori, schiuma Pisanu. Poi però cambia idea, o gliela fanno cambiare: 2 giorni dopo il 21 gennaio si dimette da sottosegretario, per consentire il chiarimento della mia posizione senza condizionamenti legati all’incarico di governo ricoperto… ma il suo caso continuerà ad arroventare la Commissione P2 nei mesi avvenire.

    In febbraio Teodori torna a denunciare l’arroganza socialista e democristiana che vuole affossare la commissione d’inchiesta e pretende una condizione di speciale intoccabilità per tutti i politici, da Pisanu a Piccoli ad Andreotti.
    Pisanu viene ascoltato una seconda volta dalla Commisisone Anselmi, e lì -pur rivendicando l’assoluta correttezza e “trasparenza” dei suoi rapporti con Carboni e Calvi- ammette di avere un po’ sottovalutato la delicatezza di certe frequentazioni.

    Dopo un breve purgatorio, Pisanu risalta in sella nel 1987: sottosegretario alla Difesa del nuovo governo Fanfani. Poi un altro po’ di oblio, e la resurrezione “azzurra” grazie all’inseparabile Silvio, sempre riconoscente con i vecchi compari: nel 1994 lo promuove “vicecapogruppo vicario” alla Camera, nel 1996 capogruppo al posto del povero Vittorio Dotti, colpevole di essere amico dell’Ariosto, e quindi colpevole di avere sbagliato fidanzata, e sopratutto non era amico né di Calvi né di Carboni.
    Nel 2001 l’ultimo balzo: ministro nel Berlusconi II, un’occasione per rivedere tanti vecchi amici

    Come il ministro per gli Italiani all’Estero Mirko Tremaglia, e il neodeputato di F.I, Massimo Teodori; come passa il tempo…
    (i due grandi accusatori oggi gli leccano il culo e dicono che sa di buono…)

  10. Claudio Scajola

    È il primo Ministro dell’Interno della storia d’Italia ad avere conosciuto le patrie galere: non per le solite visite umanitarie ma per esservi stato detenuto per 70 giorni.
    Nato a Imperia 53 anni fa, ha la politica nel sangue, anzi, nell’albero genealogico. La sua famiglia superdemocristiana ha regalato a Imperia tre sindaci: il padre Ferdinando (costretto a dimettersi negli anni ’50 perché sospettato di aver favorito il cognato per un posto da primario), il fratello Alessandro ed infine lui, nel 1982.
    L’anno seguente però è già in manette. Arrestato dai carabinieri il 12 dicembre 1983, per ordine dei giudici milanesi (PM Davigo, DiMaggio e Carnevali, giudici istruttori Arbasino e Riva Crugnola), che indagano sullo scandalo dei casinò: una storiaccia di clan mafiosi siciliani che ha messo le mani sulle case da gioco di Sanremo e Campione d’Italia, accordandosi con i politici locali. Scajola è accusato di essersi incontrato in Svizzera con il sindaco di Sanremo ed il conte Giorgio Borletti -che aspirava al controllo del casinò sanremese- e di avergli chiesto alcune decine di milioni (una cinquantina, pare, dell’epoca) a titolo di “rimborso spese” per l’impegno profuso dai politici liguri. L’accusa è di tentata concussione aggravata (anche se Scajola sostiene di aver fatto con Borletti solo discorso sulle sue “intenzioni politiche” nella gestione del casinò). Settanta giorni a San Vittore (ma senza ciapà i bott).
    Ma alla fine, dopo una lunga e accidentata indagine, nel 1990 Scajola viene prosciolto. Non perché i fatti non siano realmente accaduti ma perché -spiega il fratello Alessandro- Claudio fece quel viaggio su incarico del partito.
    L’accusa insomma non sarebbe riuscita a dimostrare che avesse chiesto quel denaro per sè o per il collega sanremese.
    Dopo quella triste disavventura, Scajola si riprende prontamente, si fa rieleggere sindaco di Imperia dalla DC e nel 1995 si ricandida con una lista civica.
    Di Forza Italia, alleata con A.N., non ha una grande opinione: sono solo dei fascistelli.

    L’anno seguente cambia idea e si candida coi fascistelli: carriera folgorante. Berlusconi lo promuove responsabile organizzativo e lui in pochi anni trasforma il partito di plastica in una macchina da guerra radicata nel territorio. Nel 2001 arriva il premio: ministro dell’Interno.

  11. Giovanni Alemanno detto Gianni

    Ministro delle Politiche Agricole, è il genero di Pino Rauti, avendone sposato la figlia. Fascista della seconda ora viene arrestato due volte per le sue intemperanze di segretario nazionale del Fronte della Gioventù. La prima il 20.11.1981 a Roma, con l’accusa di aver partecipato insieme ad altri 4 camerati all’aggressione di uno studente di 23 anni: un pestaggio con tanto di spranghe di ferro, costato al giovane il ricovero in ospedale per 10 giorni.
    Il secondo arresto risale al 29.5.1989, a Nettuno: l’aitante Alemanno finisce in cella con altri 12 camerati per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata, tentato blocco di corteo ufficiale, lesione ai danni di due poliziotti. L’allegro squadrone era sceso in piazza per contestare l’allora presidente degli USA, George Bush senior, in visita al cimitero di guerra americano.
    Una provocazione intollerabile per la giovane camicia nera, che organizza subito un contro-corteo riparatore.
    Per rappresentare, recita il comunicato, un monito per chi troppo facilmente dimentica il nostro passato e offende la memoria di migliaia di caduti che si sono battuti per la dignità della Patria, mentre altri pensavano solo a guadagnarsi i favori dei vincitori!
    Cioè un monito per chi, visitando un cimitero, offendeva la memoria dei caduti di Salò privilegiando quegli opportunisti dei partigiani, noti servi degli amerikani.
    Di Gianni Alemanno si parla diffusamente nelle carte dell’inchiesta palermitana “Nuovi sistemi criminali” (di cui la Procura ha appena chiesto l’archiviazione) per via del suo ruolo in alcuni movimenti di estrema destra di stampo “sudista”, in parallelo con il boom della Lega Nord.
    Il 13.6.1991 Bossi partecipa a una manifestazione della Lega Sud Sicilia, e viene aspramente contestato dal Fronte della Gioventù guidato da Alemanno.
    Due anni dopo i due “fronti” fanno la pace… l’occasione -come segnala il Sisde al ministero dell’Interno- è data da una manifestazione dell’ala rautiana del Fronte della Gioventù, organizzata da Alemanno il 15.9.1993 ai Giardini di Castel Sant’Angelo.
    È la festa delle Comunità Nazionalpopolari, che si propone di gettare le basi per un fronte unico nazionalpopolare che convogli la protesta del Sud. Partecipa fra gli altri, con uno suo stand, la Lega Nazionalpopolare di cui è fondatore e segretario l’estremista nero Stefano Delle Chiaie. Nel suo padiglione vengono avvistati Adriano Tilgher e il prof. Paolo Signorelli, ideologi dell’estremismo nero passati di lì per una breve visita.
    La Lega Nord è presente con gli onorevoli Irene Pivetti, Mario Borghezio e Oreste Rossi. Un passo in avanti -secondo i Servizi- verso un accordo tra lega Nazionalpopolare e Lega Nord.
    Una prospettiva che però nel MSI vede favorevole solo Rauti, e infatti si parla di una sua possibile scissione.
    Secondo gli investigatori sarebbe collegato a questo gruppo anche Angelo Manna, ex-missino e fondatore del Fronte del Sud, uno dei tanti movimenti separatisti siciliani nati nei primi anni Novanta e poi confluiti nella Lega Nazionalpopolare di Delle Chiaie.

  12. Enrico La Loggia

    Ex assessore DC a Palermo (giunta Orlando), poi senatore forzista, ora ministro degli Affari regionali, guai giudiziari non ne ha mai avuti, ma certe intercettazioni telefoniche “siciliane” che lo riguardano sono tutt’altro che rassicuranti.
    Sarà perché sua padre Giuseppe, agrigentino, capo di una dinastia di avvocati DC, due volte presidente della Regione Sicilia e diverse volte deputato, morto nel 1994, era il cognato dell’ex-ministro DC Attilio Ruffini, più volte citato nelle inchieste di mafia. O sarà per una certa sfortuna nelle amicizie.

    Come quella che lo lega a Nino Mandalà, imprenditore di Villa Abate, membro del coordinamento provinciale di FI, arrestato nel 1999 per associazione mafiosa nell’inchiesta che riguarda pure il deputato forzista Gaspare Giudice (per il quale la Camera, 2 anni fa, negò l’autorizzazione all’arresto al GIP di Palermo).

    Mandalà a Villa Abate è una potenza, economica e politica; e, secondo gli inquirenti, gli capita spesso di chiacchierare a ruota libera con gli uomini più vicini a Bernardo Provenzano.

    Il 4.5.98, intercettato, Mandalà parla con Simone Castello, uno dei colonnelli del boss dei boss. E gli racconta il suo ultimo burrascoso incontro con Enrico La Loggia.

    Dice di averlo insultato e minacciato perché quello, dopo l’arresto di suo figlio Nicola (coinvolto nelle indagini su alcuni omicidi) aveva preso ad evitarlo, a fingere di non conoscerlo.

    Lui invece si aspettava almeno un cenno di solidarietà in nome dell’antica amicizia, un rapporto che risale alla notte dei tempi, quando eravamo tutti e due piccoli.
    Non solo: Mandalà e il padre di La Loggia erano stati “soci in affari” in una società di brokeraggio assicurativo (la Broker Sicula), con La Loggia presidente e Mandalà amministratore delegato.

    Senza contare che 3 anni prima La Loggia, è sempre Mandalà che parla, gli aveva chiesto di procurare al responsabile legislativo di FI, on. Renato Schifani (eletto a Corleone) una consulenza a 54 milioni l’anno al comune di Villa Abate.

    I due si rivedono in un congresso di FI, sette otto mesi dopo la liberazione di mio figlio riprende la telefonata intercettata col boss mafioso, e La Loggia sarebbe andato incontro a Mandalà, ma questi l’avrebbe zittito e cacciato in malo modo: Senti, devi farmi una cortesia, pezzo di merda che sei, non ti devi permettere di rivolgermi la parola. E La Loggia (sempre secondo la telefonata di Mandalà): Ma Nino, è mai possibile che mi tratti così? I nostri rapporti…
    Ma quali rapporti!
    A quel punto La Loggia, allarmatissimo avrebbe invitato Mandalà a proseguire l’incontro in privato, nel suo studio palermitano in via Duca della Verdura.
    Un incontro di un’ora nel quale Mandalà minaccia di scoprire alcuni altarini del senatore e della sua famiglia:

    Alla fine gli dissi: senti tu a me non mi devi cercare più! Devi dimenticare che esisto… Siccome io sono mafioso, come tuo padre, purtroppo, perché io con lui me ne andavo a cercargli i voti da Turiddu Malta, il capomafia di Vallelunga… io posso sempre dire che tuo padre era mafioso.
    A quel punto LaLoggia si è messo a piangere. “Mi rovini… mi rovini…” piangeva ma non perché era mortificato, ma per la paura.

    Castello a quel racconto sbotta: No, ma quant’è cretino.
    E Mandalà: Vedi quant’è cornuto, minchia, ha pensato veramente che io lo andavo a rovinare… Io volevo solo spaventarlo, impaurirlo, per fargli male.

    La Loggia nega quel vertice a quattr’occhi. con minacce e lacrime, ammette solo di avere incontrato Mandalà a un congresso di FI e di avere brevemente parlato con lui dell’arresto di suo figlio.
    In ogni caso Carabinieri osservano nei loro rapporti che Mandalà è una figura centrale in Forza Italia siciliana: parla al telefono con vari esponenti del partito del piduista Berlusconi con parole e toni che lasciano chiaramente intendere una sua non giustificata -o forse sì?- autorità nei confronti degli stessi (da verbale)

    Altre telefonate imbarazzanti sono quelle di un quasi omonimo di Mandalà, il ragionier Pino Mandalari, gran maestro massone che, secondo gli inquirenti era il commercialista di fiducia di Salvatore Riina, nonché presidente della Ri.Sa., la Riina Salvatore srl.
    Telefonate intercettate alla vigilia delle elezioni del 27 marzo del 1994: il 17.3.1994 il Mandalari telefona al numero privato di Enrico La Loggia cheidendo di “Enrico”, però assente, pregando di essere richiamato.
    Il 19.3.1994 dà indicazioni di voto a un mafioso: Tutti per Forza Italia nella terza scheda… Bisogna vedere il candidato nel collegio… La Loggia è il nostro… rapporti ottimi, ci siamo incontrati qua con La Loggia per una riunione…
    La Loggia smentisce di avere mai conosciuto Mandalari e gli dà del millantatore e persona poco raccomandabile. Mandalari gli fa rispondere da un avvocato in maniera quanto mai sibillina: Mandalari pretende scuse pubbliche dal senatore La Loggia che dovrebbe ringraziarlo per avergli dato il suo voto e aver avuto fiducia in lui come politico: tutto questo senza conoscerlo

  13. Gianfranco Micciché

    Figlio del banchiere Gerlando (vicedirettore generale del banco di Sicilia), già braccio destra di Dell’Utri in Publitalia, è il nuovo viceministro dell’Economia e delle Finanze, nonché il coordinatore di Forza Italia in Sicilia.
    Le intercettazioni si sprecano anche sul suo conto.
    Nel novembre scorso vengono arrestati tra Terrasini e Cinisi quattro colonnelli di Provenzano. Uno di questi è Giuseppe Leone, presunto capomafia di Carini (comune a due passi da Cinisi) intercettato a lungo dai ROS per conto delle procure i Palermo e Caltanissetta.
    Secondo Leone, Micciché avrebbe una vecchia amicizia con il presunto boss di Terrasini, Salvatore d’Anna.
    Leone lo racconta in automobile al suo braccio destro. Non solo, il primo aprile 1993, in un villino di Santa Flavia, vicino a Palermo, il vertice di Cosa Nostra -Messina Denaro, Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano- si riunisce per deliberare le stragi di Firenze, Milano e Roma. Il villino è di proprietà di Giuseppe Vasile, figlio del vecchio capomafia di Brancaccio, già condannato per favoreggiamento nei confronti dei fratelli Graviano (i nuovi boss di Brancaccio), molto amico di Guglielmo Micciché, fratello di Gianfranco; i due sono accomumati dalla passione per le corse in auto.
    Il pentito Fulvio Cannella parla, a questo proposito, di una movimentazione di capitali destinata a finanziare l’organizzazione Cosa Nostra nel 1993.
    Il 12 maggio 1993, 48 ore prima dell’attentato a Maurizio Costanzo in via Fauro, avviene un fatto strano: Vasile e il suo amico Agostino Imperatore entrano nell’agenzia n. 27 del Banco di Sicilia, diretta da Guglielmo Micciché, e gli chiedono di cambiare 25 milioni in contanti in assegni circolari. Gli assegni verranno poi utilizzati per tentare di affittare una villa in Versilia, per ospitare sotto falso nome tre latitanti: i fratelli Graviano e Messina Denaro.
    L’operazione immobiliare è gestita dall’imprenditore milanese Enrico Tosonotti, amico di Agostino Imperatore, l’uomo che sceondo il settimanale Sette avrebbe presentato a Marcello dell’Utri la futura moglie Miranda.
    A fine 1994, dopo le stragi, nei giorni dela caduta del governo Berlusconi, Tosonotti incontra Micciché per tentare di fare ottenenere a un amico l’iscrizione all’albo dei fornitori del Ministero dei Trasporti, come ha ammesso lo stesso Micciché (a quell’epoca sottosegretario uscente ai Trasporti).
    Tosonotti e Imperatore finiscono sotto inchiesta a Firenze per favoreggiamento ai Graviano nella strage del 1993.
    Di Micciché parla anche Lorenzo Rossano, un imprenditore in cattive acque, già fondatore di un club di Forza Italia:

    ricordo di aver capito il peso del personaggio Micciché dalla deferenza con cui veniva trattato da persone del calibro di Franco Madonìa, Onofrio Greco, Bino Catania (…) personaggi di calibro mafioso (…). Circa il Micciché ricordo che Pino Mandalari non lo considerava granché e diceva testualmente: è stato voluto da personaggi importanti ma non vale niente. Quando dico “personaggi importanti” mi riferisco a personaggi di spessore mafioso.
    Anche su queste deposizioni, che risalgono al 1996, e sono inserite nel processo dell’Utri, la procura di Palermo sta indagando. Anche se Micciché non risulterebbe, al momento, iscritto nel registro degli indagati.
    Ma di Micciché parla anche Micciché medesimo: quando il PM di palermo gli domanda se abbia mai incontrato personaggi poi risultati mafiosi, si ricorda di un vecchio pranzo con uno del Madonìa, poi arrestato per associazione mafiosa nel 1996. Sfortunato nelle amicizie anche lui come Berlusconi, come Pisanu, come d’Alì, come La Loggia, come Alemanno… tutti al governo!

     

  14. Gianantonio Arnoldi

    Deputato di Forza Italia

    Ex assistente del ministro Prandini (DC), è accusato di aver falsificato le tessere del suo partito, di avere falsificato le firme di presentazione per le liste del PS di De Michelis travasandole da Forza Italia. È accusato di falso in bilancio e bancarotta con coinvolgimento di extracomunitari.

  15. Massimo Maria Berruti

    Deputato di Forza Italia

    Già capitano della Finanza, comprato dal Berlusconi nel 1979 ai tempi della prima indagine sul denaro sporco che veniva dalla Svizzera per la costruzione di Milano Due, quando Berlusconi dichiarò di non essere lui il costruttore, di non sapere nulla di quei soldi, perché lui era consulente esterno!
    Arrestato per corruzione negli anni ottanta, poi assolto.
    Poi di nuovo condannato in primo e secondo grado per corruzione dei suoi vecchi compagni della Guardia di Finanza! Ha organizzato la campagna elettorale per Forza Italia in Sicilia: accusato di nuovo di aver fatto società con dei mafiosi, non è in prigione ma a Montecitorio…

  16. Alfredo Biondi

    Ha patteggiato una condanna per frode fiscale.

  17. Carmelo Briguglio

    Deputato di Alleanza Nazionale

    Indagato per truffa nell’allestimento dei corsi professionali in Sicilia.

  18. Vito Bonsignore

    Condannato a 2 anni per corruzione, Biancofiore in Calabria.

     

  19. Giampiero Cantoni

    Senatore della Casa delle Libertà

    Accusato in quanto ideatore e promotore di un piano fraudolento per commettere truffe ai danni dello Stato, ha patteggiato la pena ricoscendosi quindi colpevole.

  20. Francesco Colucci

    Deputato di FI - Sottosegretario

    Ex socialista, condannato per voto di scambio.

  21. Romano Comincioli

    Senatore della Casa delle libertà

    Imputato per i suoi rapporti con la Mafia e con la banda della Magliana, poi assolto ma poi di nuovo latitante perché accusato di falsa fatturazione in Publitalia.

  22. Giuseppe Degennaro

    Senatore della Casa delle Libertà

    Condannato a 16 mesi per voto di scambio: comprati dal clan dei Capriati duemila voti di preferenza. Capofila nelle società che dirigono l’interporto di Bari.

  23. Marcello Dell’Utri

    Senatore di Forza Italia

    Condannato a Torino alla galera in via definitiva per truffa e falso. Sotto processo per mafia e per corruzione sia in Italia che in Spagna.

  24. Antonio Del Pennino

    Senatore della Casa delle Libertà

    Coinvolto nello scandalo Enimont patteggia una pena di due mesi, e per la corruzione nell’affaire del Metrò patteggia ancora: un anno e tre mesi di carcere! Accusato anche dal boss Epaminonda, invece di andare in galera eccolo a Montecitorio come gli altri.

  25. Gianni De Michelis

    Portatore d’acqua della Casa delle Libertà, segretario del PS

    Indimenticato ministro craxiano, ha lasciato alcune centinaia di milioni da pagare all’hotel Plaza di Roma. Ha patteggiato per le tangenti.

  26. Walter De Rigo

    Senatore della Casa delle Libertà

    Presidente degli industriali di Belluno. Patteggiò una pena di un anno e quattro mesi per una truffa architettata ai danni del ministero del lavoro e della Cee. Ecco un grande italiano per Forza Italia.

  27. Giuseppe Filippo Drago

    Deputato del CCD

    Figlio di Nino Drago. Entrambi processati per tangenti, della corrente di Salvo Lima. Forza mafia!

  28. Giuseppe Fallica detto Pippo

    Deputato di FI

    Braccio destro e segretario di Micciché. Condannato a 15 mesi per fatture false. Cognato di Gaspare Giudice, altro inquisito di FI.
    Un altro grande italiano per Forza Italia!

  29. Giuseppe Firrarello

    Senatore di Forza Italia

    Ex DC andreottiano, accusato nelle tangenti per l’ospedale di Catania. Richiesto l’arresto ma il Senato nega l’autorizzazione.
    Sparite le cassette con le intercettazioni dei suoi dialoghi coi mafiosi, resta solo quella con il boss Enrico Incognito.

  30. Ilario Floresta

    Deputato di FI

    Imprenditore telefonico. Due volte indagato e due volte prosciolto per presunte relazioni telefoniche coi mafiosi.

     

  31. Michele Forte

    Senatore del CCD

    Ex sindaco di Formia. Arrestato negli anni Ottanta e ancora in attesa di giudizio definitivo.

  32. Gianstefano Frigerio

    Deputato di Forza Italia

    Campione di Forza Italia!
    Candidato ed eletto in Puglia è stato arrestato subito dopo le elezioni. Latitante anche durante le elezioni, pluripregiudicato, condannato a più di 7 anni di reclusione, in attesa del cumulo della pena. Divertente: la candidatura proposta da Berlusconi era sotto falso nome! Infatti è stato presentato come Carlo FrigerioGrandissimo. Un altro vero probo italiano per Forza Italia!

  33. Pippo Gianni

    Deputato del CDU

    Arrestato e condannato per tangenti a tre anni di galera. Ora è coordinatore del CDU…

  34. Gaspare Giudice

    Deputato di Forza Italia

    Accusato di essere “a disposizione” del boss Caccamo Giuseppe Panzeca.
    Accusato di riciclaggio con intercettazioni di capi mafia che gli ricordavano di dover a loro la sua elezione! Chiesto il suo arresto.
    Forza mafia!

  35. Luigi Grillo

    Senatore di Forza Italia

    Fu uno di quelli che passò con Berlusconi dopo essere stato eletto nel centrosinistra. È accusato di truffa aggravata per l’Alta velocità.

  36. Lino Jannuzzi

    Deputato di Forza Italia

    Cacciato da L’Espresso per i suoi insulti a Falcone, ha preso dei soldi da Pippo Calò per scrivere un libro sulla mafia. Forza mafia!

  37. Giorgio La Malfa (Il figlio! Povero Ugo!!!!)

    Deputato della CdL

    Condannato per uno scherzo genetico, e per finanziamento illecito al PRI.

  38. Guido Lo Porto

    Deputato di Alleanza Nazionale

    Condannato a 16 mesi di galera nel 1969 per possesso di armi da guerra in macchina, con Pierluigi Concutelli di Ordine Nuovo, quelli che hanno messo le bombe in giro per l’Italia.

  39. Maurizio Lupi

    Deputato di Forza Italia

    Indagato a Milano per abuso di ufficio e truffa nella sua qualità di assessore comunale.

  40. Raffaele Lombardo

    Deputato di Forza Italia

    Due volte in manette, poi rilasciato perché le tangenti sono passate come finanziamento illecito ai partiti. Torna per rifinanziare come sa fare lui…

  41. Giovanni Mauro

    Deputato di Forza Italia

    Arrestato nel 1998 per tangenti. Sotto processo per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione: un vero berlusconide!

  42. Nino Mormino

    Deputato di Forza Italia

    Eletto a Cefalù. Indagato per contatti mafiosi da molti pentiti, che poi hanno ritrattato…

  43. Vincenzo Nespoli

    Deputato di Alleanza Nazionale

    Rinviato a giudizio per pressioni su una società che gestisce l’Ipercoop: voleva l’assunzione di 250 dei suoi. Si difende dicendo che è “normale attività politica”…

  44. Nicolò Nicolosi detto Ciccio

    Ha il primato delle assoluzioni! Tre volte arrestato, altre due volte indagato, sempre assolto: un eroe!

  45. Massimo Pini

    Ex detenuto di mani Pulite.

  46. Cesare Previti

    Deputato di Forza Italia

    Il più famoso dei corruttori. Sotto processo per corruzione di magistrati (IMI-SIR) e del giudice Metta nel caso Mondadori.

  47. Rocco Salini

    Senatore della Casa delle Libertà

    Da presidente della regione Abruzzo venne arrestato con tutta la giunta. Condannato a 1 anno e 4 mesi di galera ha patteggiato riconoscendosi colpevole. Ecco un altro senatore reo confesso.

  48. Domenico Sudano

    Senatore del CCD

    Condannato per aver truccato il concorso di un’asta. Patteggia per un anno e mezzo di carcere, riconoscendo la colpa.
    Un altro delinquente reo confesso e subito eletto.

  49. Antonio Tomassini

    Senatore di Forza Italia

    Condannato in via definitiva a 3 anni di galera per falso ai danni di una bambina cerebrolesa. Forza schifo!

  50. Denis Verdini

    Deputato di Forza Italia

    Indagato per falso in bilancio come presidente del Credito Fiorentino.

  51. Antonio Verro

    Deputato di Forza Italia

    Manager berlusconiano della Edilnord (tò, proprio come si chiamava quella società svizzera che mandava 500 milioni al giorno di soldi misteriosi per costruire Milano Due!). Indagato per abuso d’ufficio.

  52. Alfredo Vito

    Deputato di Forza Italia

    Il capolavoro!!! 14 condanne con patteggiamento per furto, illeciti e restituzione di 5 miliardi di bottino!!! Candidato in Campania nonostante il mugugno di Fini! La Mussolini lo definì un ladrone della DC napoletana, vera associazione per delinquere. Spera tanto nella libertà della Casa delle Libertà dalla galera…

  53. Carlo Vizzini

    Senatore della Casa delle Libertà

    Condannato a 10 mesi per la tangente Enimont.